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I colori dell'acqua

Forme d'acqua e terrene trasparenze

"Eudaimonia", così gli antichi definivano la felicità, o meglio, la sua forma più assoluta: l'inveramento di sé, il "diventa ciò che sei" nietzschiano, che altro non è che la dimensione operativa del delfico "conosci te stesso". Si intendeva precisamente la realizzazione del proprio"demone", che era poi la propria specifica virtù.
No, non sono un esperto di felicità, ammesso che ne possa esistere qualcuno, e dubito che essa sia un'assegnazione duratura del destino.
Anzi ho la certezza che anche solo intuire la propria inclinazione naturale sia, di per sé, una straordinaria conquista. E, come ogni conquista, la conclusione di un itinerario di fatica e coraggio.
Da qui l'ammirazione per quanti scelgono e individuano nel mare un'occasione di serenità, un'avventurosa accettazione di sé. Pensate…
confrontarsi con un elemento, da molti avvertito come un ostacolo, il limite della "terraferma", per definizione solida e rassicurante, e in esso trovarvi una condizione di equilibrio con la vita, è più di una temporanea vertigine, è qualcosa di prossimo ad una scelta esistenziale: un deliberato viaggio dell'anima.
Tutto in una liturgia laica e per questo tanto più rigorosa, scandita da momenti sempre necessari. Immergersi nel velo sindonico dell'acqua.
Trafiggere l'immagine riflessa della propria effigie fenomenica e non riconoscerla nell'armatura (muta, maschera, erogatore, gav…) che rende plausibile al mare, al "gurgite vasto", al gorgo profondo. Penetrare l'imene opalescente tra l'illusione di Narciso fermo alla paralisi della seduzione e la pulsione di ricerca che spinge a cercare l'avventura, il viaggio, l'itinerario, il percorso della propria coscienza. E' come il punto zero dei buchi neri, tra realtà e non realtà, materia e antimateria; come la strozzatura di una clessidra che domina il tempo, col potere di invertirlo e capovolgerlo. Fino al corpo immerso in un diverso mezzo che tutto sovverte e perturba, dove i sensi diventano altro, le emozioni scaturiscono non da una semplice curiosità della bellezza estetica. Dove i colori non sono quelli della luce che attraversa l'aria, ma vaghe trasparenze, dove le forme d'acqua sembrano divenire scaglie levigate, come marmo diafano. Le forme che occupano l'acqua, i contorni di terra che trasmutano in trasparenze…
Pensate…forme d'acqua e terrene trasparenze, come dire l'ossimoro come ermeneutica della natura; la preterizione, l'apofatismo come epistemologia del creato.
E al vertice dell'ebbrezza (ma l'azoto, credetemi, non c'entra), l'estrema follia di comunicare l'incomunicabile, di fissare in immagini, simulacri di vita, ciò che per definizione, nel turbine discreto ma incessante dei fondali, è effimero. Ed ecco i lampi di xeno che illuminano forme e colori a scoprire e definire la flora fluttuante, i pesci mai fermi, le rocce dai margini vibratili.
No! Non la "divina indifferenza", ma un divino perturbamento dei sensi che porta a credere, in quella catabasi marina, di avere completato il percorso negato ad Orfeo, il diffidente per troppo amore. Che porta il pensiero quasi a smarrirsi per consegnarlo all'inganno, pur cercato ed inseguito, di avvicinarsi a quella dimensione assoluta, che è prima e dopo la vita, nel sogno amniotico del mare, immenso e perenne, del mare che è padre e madre, tempo e luogo. Ma queste sono fumisterie da intellettuali sempre in bilico sul predellino della vita. La sostanza, vera e reale, sono sempre e semplicemente le sensazioni che la coscienza impone. Alla fine del viaggio. Riemergere dal fondo. Ridestarsi al vento per un po' dimenticato, al sole ridivenuto bagliore. Scoprire con gioiosa meraviglia, col sereno stupore che solo talvolta il destino assegna all'uomo, che l'azzurro dell'acqua è uno scialo del cielo, il fondo del mare un universo rovesciato e che tutti i colori, ma proprio tutti,
hanno come unica destinazione l'anima capace di guardarli, fiutarli, sentirli.
Un'anima. La Vostra, la mia. Quella del mondo che non cambia, che si scopre sempre curiosa, ma contenta di sé, pur nella sua incertezza.
Questa condizione, gli Antichi, la chiamavano "Eudaimonia".

IL DIRIGENTE SCOLASTICO
(Prof. Felicio IZZO)

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